Consapevolezza

Usare bene il giudizio… si può!

Alcuni giorni fa scrivevo in un post su Facebook in merito a quanto fosse facile esprimere dei giudizi, dimenticando che li esprimiamo partendo dalla nostra prospettiva.

Prendiamo ad esempio un fatto di cronaca: le uova lanciate su una persona di colore.
La persona che riceve l’uovo in faccia, verosimilmente lo attribuisce ad un episodio di razzismo, anche se più volte ho sentito che altri, non di colore, avevano ricevuto lo stesso trattamento. Ma nella sua posizione, mettendomi nelle sue scarpe, posso dire che la comprendo.

Le persone che hanno compiuto l’azione hanno detto che era stata una bravata, una ragazzata e non avevano agito per razzismo. Probabilmente non si erano resi conto di colpire una persona di colore, o forse sì, ma in quel momento non erano consapevoli delle possibili ripercussioni. Se mi metto nelle loro scarpe posso solo dire che la loro giovane età ha giocato loro un brutto scherzo facendo loro credere che una “ragazzata” potesse includere qualsiasi cosa ed essere rivolta a chiunque.

Noi non sapremo mai la verità: se è stato un episodio di razzismo o davvero una bravata. Il fatto resta un fatto e definirlo bravata o episodio di razzismo per me non fa differenza: fatti del genere non dovrebbero accadere nei confronti di nessuno. Come per gli episodi di bullismo.

Per me è la gravità del fatto in sé che va condannata e non a chi è rivolto. Un atto di bullismo è tale non in riferimento alla persona a cui è rivolto, ma per il fatto in sé.

Il punto è che in pochi sono in grado di osservare un fatto senza esprimere un giudizio in merito. E questo è un punto importante, fondamentale, poiché dopo l’osservazione, tutto il resto è filtrato dalla nostra interpretazione e dalla nostra proiezione sul significato che quel fatto ha per noi.

Su questo ci sarebbe molto da dire, ma lascio in sospeso magari per un futuro articolo in merito, poiché ora voglio soffermarmi su alcune cose specifiche che mi colpiscono di fronte ad episodi del genere. Uno è il gioco di accuse da un lato e giustificazioni dall’altro che si rimbalzano da una parte all’altra e ancora una volta ciò che mi sembra di vedere è la stessa posizione da ambo le parti, se pur in forme differenti. La persona di colore, con la sua interpretazione, ha formulato accuse di razzismo che hanno messo in moto una serie di reazioni difficili da spegnere, passando così da vittima a carnefice, per usare termini noti.

Poi mi soffermo a pensare a cosa porti qualcuno a compensare la propria noia, o qualsiasi altro sentimento provi, con bravate, ragazzate, bullismo o altro. Mi chiedo se non sia possibile fare qualcosa per questi ragazzi, prima ancora che siano in età da patente, per aiutarli a crescere più responsabilmente, magari portando nella scuola lezioni di psicologia o anche solo di comportamento civile. Onestamente non so, ma sento da ogni parte una grande richiesta di aiuto a cui prima o poi sarà necessario rispondere.

Un altro aspetto che mi colpisce riguarda il limite che fa definire una persona razzista. Forse siamo tutti razzisti uno nei confronti dell’altro quando veniamo limitati nei nostri spazi, quando qualcuno si impone o fa cose che aborriamo. E tutto questo non ha a che fare con il colore della pelle: posso comportarmi da razzista nei confronti di una persona del mio stesso colore di pelle o del mio stesso paese. Ho conosciuto persone “razziste” nei confronti di persone del paese accanto o anche solo del proprio vicino di casa.

Una volta una mamma mi ha detto che era preoccupata del fatto che uno dei suoi figli potesse portare a casa, come fidanzata/o una persona di un altro paese, riferendosi naturalmente ad un’altra nazione. Così le ho chiesto se sarebbe cambiato qualcosa se l’ipotetica fidanzata/o fosse anche solo di un’altra regione… Mi ha guardata per un po’, per poi ammettere che in fondo ciò che dicevo aveva un fondamento.

E ricordo quando da Milano, nel 1979, mi sono trasferita a Cologno Monzese e sul certificato di residenza veniva riportata l’indicazione: immigrata da Milano.

Spero che le cose siano cambiate ora, ed ho voluto sottolinearle soltanto perché ci offrono molte lezioni che possiamo imparare, se vogliamo. Perché ciò che mi sta maggiorente a cuore è che ciascuno possa avere degli spunti che lo aiutino ad imparare – da episodi del genere, ma anche da qualsiasi cosa accade nella vita – la propria lezione, ed impararla così bene da avere la certezza di non doverla più vivere né producendola, né subendola.

Non posso né voglio negare d’aver avuto anch’io una serie di giudizi su molti degli eventi accaduti nella mia vita, su dinamiche politiche in generale, e su molto altro, nonostante fin da quando ero piccina mia madre continuava a ripetermi di non giudicare. Ma ho imparato col tempo che i miei giudizi potevano avere una funzione: il guardarli mi permette di vedere e riconoscere ciò su cui ho ancora bisogno di lavorare dentro di me.

Questa è la funzione dell’osservatore: guardare i propri pensieri, vedere da dove vengono e dolcemente fare il necessario per correggerli, se e quando possibile, o usarli per discernere e fare le proprie scelte.

In questo modo tutto quello che avviene diventa strumento per la propria crescita e non una condanna per chicchessia.

Isabella Popani
04/08/2018

 

 

 

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